L’Intervista

Estratto da un’intervista rilasciata dal Dott. P. Procesi alla rivista Sanità Telex, nel febbraio del 1983.

Nel Febbraio del 1979 il Palazzetto dello Sport di Roma ospitò una magnifica manifestazione a cui presero parte oltre ottanta fra i più grandi maestri di arti marziali tradizionali. La manifestazione era orgnizzata dalla Hyogo Federation della città giapponese di Kobe e si inseriva in un più vasto programma che doveva far conoscere il Budo (la via del guerriero) agli appassionati di altre capitali europee.   Grazie a quella esibizione, il nostro Paese si avvicinò più intimamente alle innumerevoli sfaccettature di cui si compone il diamante delle arti marziali nipponiche: l’arco (Kyudo), la spada (Iaido), il Kendo, la Naginata, il Karate, le danze, i ritmi dei tamburi guerrieri, i canti. E così ammirammo, anche nel nostro Paese, i solenni abiti tradizionali che indossano, durante queste rituali interpretazioni, i grandi maestri del Sol Levante che tramandano queste discipline. Per la particolare eleganza e compostezza si distingueva, tra tutti i gruppi rappresentati a Roma, quello di dodici maestri di Kyudo. L’équipe era capitanata dal maestro Osamu Takeuchi (Hanshi, VIII dan), che aprì la serie dei tiri con il bersaglio a 28 metri. Tra gli altri allievi spiccava un anziano maestro, Junichi Yamamoto che, con bravura veramente unica scoccò le due frecce infallibili, dirette sul centro del bersaglio.

Dopo i tiri, il maestro Yamamoto terminò con calma, insieme con gli altri arcieri, il rito solenne. Quando gli applausi del pubblico ruppero il profondo silenzio che aveva accompagnato tutta la manifestazione, Yamamoto si accasciò sulla pedana, pallido nel volto, con la mano destra sul cuore. Facendomi largo tra il pubblico che ancora applaudiva e che si interrogava, su quanto stava accadendo a quell’uomo, mi precipitai verso la pedana per prestare la prima assistenza medica a Yamamoto sensei. Le sue condizioni apparvero subito gravi. Feci chiamare un’autoambulanza e accompagnai personalmente il vecchio maestro d’arco alla sala di rianimazione dell’Ospedale S.Giacomo. Per l’intera notte vegliai anch’io, insieme con i maestri della squadra di arco, l’anziano maestro colpito da un infarto al miocardio destinato a stroncare la sua esistenza. Intorno a lui, i compagni si raccolsero in meditazione. Yamamoto sembrò per un attimo svegliarsi dal torpore e chiese due gocce d’acqua. Poi verso l’alba con il cuore spaccato, si addormentò come fanno i samurai.

Gli ematomi che furono riscontrati al di sopra del ginocchio sinistro di Yamamoto (è li che poggia l’estremità inferiore dell’arco quando si incoccano le frecce) dimostrano che il vecchio maestro era già sofferente prima del tiro e che il dolore non riuscì ad impedire la perfetta esecuzione dei suoi tiri: insieme con il bersaglio, le due bianche frecce centrarono il suo cuore, così come vuole il codice filosofico praticato dai maestri giapponesi dell’arco.

Quello di Yamamoto viene considerato un esempio per tutti i praticanti delle arti marziali. Egli dimostrò la vera finalità della nobile arte nipponica: quella del raggiungimento del controllo perfetto dell’equilibrio psico-fisico, della serenità dello spirito mantenuta nei momenti difficili, della calma nella forza concentrata, dell’impassibilità perfino davanti alla morte.

Al termine dei riti funebri che furono celebrati a Roma, il figlio del maestro J. Yamamoto volle esprimermi la sua gratitudine per quanto avevo fatto per suo padre nel tentativo di prestargli il primo soccorso medico. Mi fece dono dell’arco e delle frecce che lo scomparso genitore aveva usato nel corso dell’ultima cerimonia. Fui subito certo che non avrei mai appeso al muro quel vibrante cimelio. Insieme con alcuni giovani e sotto la guida eccezionale del maestro Osamu Takeuchi e di altri suoi allievi, raccolsi la testimonianza del vecchio samurai e intrapresi la via del Kyudo».